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26.08.2013

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SPC: la scuola di Counseling diversa dalle altre (part II)

Dopo la pausa estiva, SPC  è pronta a ripartire con le lezioni del Master in Counseling per lo sviluppo organizzativo. Per avvicinarci agli appuntamenti autunnali, pubblichiamo la seconda parte di domande sulla scuola, scelte fra quelle più frequenti che ci sono state poste durante i colloqui di selezione per il Master.
Abbiamo chiesto di rispondervi ad Alessandro Rinaldi, fondatore di SPC e DOF (la prima parte dell’intervista è già uscita e la trovate qui). Condividiamo qui le risposte, che a breve andranno a formare il nucleo della nuova sezione FAQ (domande frequenti, appunto) sul sito della scuola.

Fra le curiosità più frequenti, quelle che riguardano l’incrocio che viene fatto, a livello di piani di studi e di pratica d’aula, fra il Counseling e altre discipline e la declinazione delle metodologie del Counseling in chiave organizzativa.

Domanda #4 Ho dato un’occhiata al piano di studio del Master e ho notato che comprende temi e argomenti provenienti da tanti mondi, anche non strettamente collegati al Counseling. Come mai?

Accanto alla riflessione rogersiana, abbiamo sempre mantenuto per scelta una via molto plurale. Ad oggi, utilizziamo come riferimenti pensatori e teorici esperti di relazione d’aiuto un po’ meno noti in Italia. In particolare, mi sento di citare Arnold Mindell, che non a caso ha seguito anche lui questa via dell’uscita dallo spazio delimitato dello studio, deviando da un percorso più classico con i lavori sul “corpo che sogna”, immediatamente assimilabili al lavoro sui simboli e al lavoro sul sogno di Jung. Questo ha a che fare col tema della responsabilità dell’Altro, che noi sentiamo troppo limitata quando è semplicemente assunta come un lavoro di aiuto clinico in studio. Mindell è oggi attivo nel campo della ricerca sulla Deep Democracy e quindi dell’utilizzo di metodologie di Process Work per far emergere le risorse di una comunità e per creare modelli di partecipazione che abbiano una grande qualità relazionale, cosa molto facile a dirsi e di cui oggi tanti parlano, ma molto difficile da realizzare, perché richiede una formazione di un numero elevato di facilitatori di comunità (che è un po’ il nostro “a tendere” nel progetto).

Domanda #5 Perché in una scuola di Counseling c’è un Master sul counseling organizzativo?

Oggi come oggi, il Counseling in Italia non è così integrato nei contesti sociali, sportivi, scolastici o aziendali. Negli Stati Uniti, dove questo invece è pratica comune da diversi anni, si è sviluppato di conseguenza anche un mercato del lavoro collegato. In fondo, nel nostro piccolo abbiamo lavorato – tutti questi anni – davvero in modo pionieristico, per creare spazio all’azione del Counselor. Anche questo è un tratto di unicità della scuola, perché molte delle persone da noi formate poi hanno trovato dei modi interpretazione del Counseling e dei progetti di attuazione del tutto originali. In questi anni di sperimentazione, noi ci siamo resi conto sul campo che c’era molto spazio per portare il Counseling nel grande mondo dello sviluppo organizzativo. Nulla di nuovo in termini teorici. Rogers ci era arrivato anni fa, ma da lì a poter dire che questo è possibile, ci passano centinaia di ore passate dentro alle aziende, dentro a grandi organizzazioni industriali, dentro gli ospedali, le scuole le squadre sportive, le cooperative. A fronte della nostra esperienza, ci sentiamo di poter dire che oggi, nel mondo del lavoro, ci sono enormi potenzialità per il Counseling. Enormi perché fra le grandi priorità di cambiamento delle organizzazioni c’è, com’è ovvio, il tema dei costi, lo sviluppo delle nuove tecnologie e molto altro, ma d’altra parte è interessante notare come tutti questi elementi del sistema non funzionano in assenza di una base relazionale molto solida perché dal processo relazionale dipende la comunicazione (sia orizzontale che verticale), la possibilità di impostare percorsi di crescita basati sulle competenze, la nostra capacità di ascoltare chi lavora nei suoi momenti di stress e di difficoltà, il sentirsi parte effettivamente o meno di una comunità. Abbiamo ritagliato così tanti spazi e costruito così tanti progetti dentro le organizzazioni che è diventato necessario per noi, avendo messo a punto nel tempo diversi strumenti specifici per lavorare nelle organizzazioni, offrire una possibilità formativa di questo tipo, che dà concretamente delle possibilità di inserimento lavorativo.

Domanda #6 Perché il percorso per diventare Counselor è diviso in due Master ed è un po’ più lungo e complesso degli altri disponibili in Italia?

Quando qualcuno ci dice: il vostro percorso è un poco più lungo e più articolato”, la nostra risposta è “Esattamente”. È il tipo di didattica, di percorso che noi ci sentiamo di proporre avendo bene in mente quello che succede dentro la scuola, ma anche quello che succede dopo, quando come Counselor una persona entra in un’organizzazione e deve cominciare a mettere in campo le proprie abilità.
Per questo, abbiamo fatto una scelta molto netta, decidendo di essere selettivi. Oggi, in Italia, si diventa Counselor facendo un percorso triennale e il grande rischio è che la persona che paga per iscriversi a una scuola di specializzazione si aspetti di pagare e acquisire un titolo. Noi abbiamo scelto di fare un percorso più articolato e complesso: dividiamo la scuola nei due Master, in uno lavoriamo sulla dimensione personale e sulle tecniche di base del Counseling e del colloquio, ma soprattutto sul processo di introspezione, nell’altro ci concentriamo molto di più su tecniche, modelli e strumenti per operare all’interno delle organizzazioni. Non contenti di questo, chiediamo alle persone di fare esperienze di tirocinio e sperimentazione sul campo, anche accompagnate da un’attività di supervisione che può proseguire oltre l’esame di fine Master.

Domanda #7 La vostra è una scuola che possono frequentare tutti?

No, sono sincero. Sicuramente, la nostra è una scuola inadatta per chi si immagina di fare un percorso di fast learning, per esempio impostato su seminari e intensivi consecutivi. La nostra visione è legata al fatto che c’è bisogno di tempo, di ore di navigazione nell’esperienza con sé e con gli altri. La persona che ha fretta può trovare senz’altro alternative che rispondono meglio al suo bisogno.

C’è qualcos’altro che vorreste sapere? Vi è rimasta qualche curiosità? Potete condividerla nei commenti a questo articolo, scriverci a info@dofcounseling.com o a segreteria@spcformazione.it

 

I contenuti di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons 3.0 (CC BY-NC-SA 3.0).

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2 Risposte a “SPC: la scuola di Counseling diversa dalle altre (part II)”

  1. […] di lasciarvi i link alla prima e alla seconda parte dell’intervista ad Alessandro! Ve la consiglio, perché contiene tanti spunti […]

  2. […] di lasciarvi i link alla prima e alla seconda parte dell’intervista ad Alessandro! Ve la consiglio, perché contiene tanti spunti […]

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