2012_09_03_Costruttore

Spazi di facilitazione e benessere integrale

Costruttore è chi si occupa di facilitare lo sviluppo delle potenzialità delle persone e delle situazioni, costruendo occasioni e spazi che permettano una libera circolazione delle relazioni, delle idee e delle risorse. È una figura che ama costruire spazi ampii, che consentano uno sviluppo sistematico di tutti i livelli della realtà.
Il suo rapporto con lo spazio segue due direzioni. Da una parte, il Costruttore ha la tendenza a creare spazi che mette a disposizione degli altri e quindi, facendo questo, manifesta una propensione a indirizzarsi verso l’esterno e ad esprimere un atteggiamento di forte accoglienza. In altre situazioni, però, questa tendenza ad aprirsi empaticamente all’esterno può essere accompagnata da una forte centratura sull’edificio e sullo spazio che ha costruito: invece di sforzarsi di accogliere gli altri, tende a dare più importanza a come costruire il suo progetto. Per lui è fondamentale trovare un equilibrio tra questa tendenza verso il fuori e la grande cura nel rifinire i dettagli del suo “edificio”. Possedendo una forte visione generale della realtà riesce a combinare elementi molto diversi, facendo in modo che l’armonia generale della sua costruzione sia sempre presente. Ama le esperienze multisensoriali, in cui un certo tessuto si accompagna a un suono e in cui un buon libro viene accompagnato da immagini in grado di stabilire una risonanza e ampliare lo spazio dell’esperienza.

Il Costruttore crea ambienti di sviluppo che mette a disposizione della comunità. Attento ai bisogni degli altri, cerca di chiedersi quale potrebbe essere la migliore disposizione degli spazi per fare in modo che ognuno possa trovarsi a proprio agio ed esprimere al massimo le competenze e le risorse che possiede. Potrebbe essere l’esperto di formazione che progetta con grande passione percorsi di sviluppo curandoli in ogni loro parte e cercando di dare vita a un’architettura formativa precisa e coerente. O il facilitatore che predispone lo spazio dell’aula con estrema meticolosità, curando la disposizione delle sedie, la musica che dovrà accompagnare la sessione, i materiali che aiuteranno le persone a sentirsi a proprio agio e a seguire meglio le attività.

A volte, però, in questa sua grande attenzione per la dimensione ambientale, il Costruttore si innamora delle proprie opere perdendo di vista l’obiettivo che si era dato all’inizio. Crea spazi splendidi ed estremamente curati, ma si dimentica che, per prendere vita, quegli spazi devono essere abitati da altre persone. Così diventa come certi architetti e designer, che per inseguire l’estetica o l’innovazione concettuale, producono oggetti o abitazioni che non riescono a essere funzionali. Se ci sono dei film che esprimono molto bene questa tensione tra cura per l’ambiente e perfezione sterile, sono Mon Oncle e Playtime, di Jacques Tati. In questi film, Tati, il grande attore e regista comico francese, mostra la contrapposizione tra l’architettura ipermoderna (siamo negli anni sessanta) e gli edifici a misura d’uomo del passato. In una Parigi futuristica, tutta edifici di vetro e case provviste di ogni comfort tecnologico, Monsieur Hulot, il personaggio di Tati, si muove con una sensazione di disagio e viene respinto dagli strumenti della modernità. I corridoi delle aziende in cui si trova sono lunghissimi e lucidi, ma servono più ad allontanare le persone che ad avvicinarle. La casa in cui vivono la sorella e suo marito – un importante dirigente – assomiglia più a un’astronave che a uno spazio destinato ad essere abitato da esseri umani. In Playtime, gli appartamenti sono scatole provviste di immense vetrate, molto più simili ai cubicoli degli uffici che a una casa, in cui le persone si ritrovano a sedere su sedie di design (scomodissime) e a guardare la televisione. Quando cala il buio, sono invece esposti completamente agli sguardi degli estranei, come se fossero loro ad essere in tv o pesci in un acquario.

A questa visione Tati contrappone quella di una Parigi d’altri tempi, popolare e piena di vita, in cui le case non sono costruite inseguendo ambiziosi sogni di funzionalità totale, ma sono a misura d’uomo: la casa di Monsieur Hulot in Mon Oncle è uno strano edificio a più piani, pieno di scalette e stanzette che sono l’esatto riflesso del carattere bizzarro del personaggio. La casa è legata a chi la abita, è in risonanza con i suoi bisogni e le sue caratteristiche individuali. In altre parole,  lo sviluppo personale e quello professionale non sono mai slegati dalle condizioni ambientali e occorre tenere sempre conto della specificità dei contesti e dell’unicità delle persone che li andranno ad abitare.

Richard Neutra è l’esempio di grande architetto che è stato capace di coniugare l’attenzione alla bellezza dell’esperienza al rigore tecnologico, creando edifici costruiti su misura per i suoi abitanti. Le sue case, con la loro combinazione di audacia costruttiva e calore dei materiali (un utilizzo massivo del legno e del vetro, che non trasmette freddezza ma permette di far entrare la luce e la visione del paesaggio circostante) sono un buon esempio di cosa può diventare un costruttore se riesce a trovare il proprio equilibrio: una figura capace di tenere assieme inventiva, rigore e passione senza perdere mai di vista l’obiettivo finale. Vale a dire consentire a chi abiterà il suo spazio di accedere a un’esperienza di benessere integrale.

[Nel libro che accompagna The Village, la carta del Costruttore è stata curata da Nicola Gaiarin]

 

I contenuti di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons 3.0 (CC BY-NC-SA 3.0).

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