VAI AL SITO

09.11.2012

2012_11_09_public_speaking

Quando il silenzio è d’oro: parlare (e tacere) in pubblico

Per lavoro, mi capita di tenere dei corsi sul Public Speaking. L’argomento mi appassiona molto e per anni, assai prima di occuparmene a livello professionale, mi sono chiesta quale fosse il segreto per conquistare un pubblico. Che atteggiamento assumere? Quante metafore usare? Come tenere le mani? Dove guardare? Osservavo con attenzione il modo di presentarsi o di esporre un argomento di ogni tipo di persona, dallo speaker di mestiere al relatore di convegni, dal presentatore televisivo ai personaggi dei film, dal politico all’avventore del bar che raccontava una storiella divertente, chiedendomi quanto ci fosse (in quelli bravi) di innato e quanto invece di costruito. Ricordo ancora l’interesse provato, tanti anni fa, nello scoprire l’esistenza di canali diversi (verbale/contenuto della frase, non verbale/linguaggio del corpo e paraverbale/uso della voce, del timbro, del volume) e il fatto che ciascuno di noi recepisce e assorbe ciò che gli viene trasmesso in modo diverso, a seconda che sia più sensibile alle immagini (visivo), alle informazioni (auditivo), alle esperienze (cinestesico).
Ho gioito nel vedere che entrava sempre più nell’uso corrente e in ambiti molto diversi (fino ad arrivare al marketing) il concetto di storytelling ovvero la scoperta (o, per meglio dire, riscoperta dato che la narrazione accompagna il genere umano da quando questo calca la Terra) che la forza di un messaggio aumenta quando questo viene sostenuto da una qualche forma di narrazione. Perché questo aiuta a creare significati condivisi e perché, in fondo, siamo animali “narranti”.

Fin qui, è evidente che a lungo mi ha tenuta molto occupata la questione del “cosa vada detto”. Non sono stata sola, in questa ricerca. Ogni volta che mi trovo in un’aula a parlare dell’argomento, c’è qualcuno che chiede “Cosa devo dire?” (La seconda domanda riguarda invariabilmente il come) e si stupisce quando rispondo che non lo so, che dipende da lui (o da lei), da quello che vuole trasmettere, dal tipo di persona che è, dal tipo di persone che si trova davanti, ecc., insomma da tutta una serie di variabili che vanno valutate di volta in volta e che, messe assieme, poco assomigliano alla formula magica di cui moltissimi vorrebbero essere messi a parte. In altre parole, comunicare è faticoso e richiede un grande sforzo di lettura e comprensione di noi che parliamo, del contesto e di chi lo abita. Per non parlare del grande tema dell’ascolto, su cui potremmo scrivere un trattato, e che senza dubbio rappresenta uno degli ingredienti principali della ricetta della comunicazione efficace.

In realtà, però, una delle questioni più sottovalutate quando si tratta di public speaking e di comunicazione in generale è quella di ciò che “non va detto”. “Un bel tacer non fu mai scritto, recita il proverbio”, e dovremmo credo sempre ricordarcene quando parliamo in pubblico (ma anche in contesti più ristretti). Sembra banale da dire e, probabilmente, lo è, ma è importante ricordare che una frase o un discorso non sono come un testo scritto. Digito una parola che non mi piace? Non c’è problema, la posso sempre cancellare. La parola no, non te la puoi rimangiare. Puoi morderti la lingua, darti del cretino, pentirtene appena è uscita dalla tua bocca, ma invano. Una volta detta è detta e il bene (o il male) che può fare al mondo non dipende più da noi. Ecco perché è importante fare esercizio di controllo sulla parola, abituarsi a sottoporla a un esame critico, possibilmente prima di consegnarla alle orecchie altrui.

Come si fa? Facendosi delle domande e cercando di rispondervi con la massima sincerità possibile. Ve ne consiglio 3:

Il mondo ne ha proprio bisogno? In altre parole, è di qualche utilità e aggiunge valore alla comunicazione, al dibattito, alla conversazione, alla mia presentazione oppure rischia di essere ridondante o, peggio, di risultare inappropriata od offensiva per qualcuno? Un buon modo per rispondere a questa domanda è, paradossalmente, ponendosene un’altra: per quale motivo reale voglio dire questa cosa? “Per dimostrare che ne so più degli altri e che ho una cultura enciclopedica”, “per far colpo sulla bionda in prima fila o sul mio capo” o, più genericamente, “per far capire a tutti quanto sono bravo/a” sono tutti motivi legittimi e rispettabili, ma in questo caso è evidente che la vostra finalità principale non è la comunicazione di un concetto o di un’informazione, quanto la vostra auto-promozione. Va benissimo, ma dovete esserne consapevoli perché una buona comunicazione parte unicamente da una chiarezza sugli obiettivi che vogliamo raggiungere.

È il momento giusto? Può darsi che la risposta alla prima domanda sia stata affermativa, ma questo non significa che quello che abbiamo scelto sia il momento giusto per parlare. Questa domanda può tornarvi utile soprattutto nei contesti lavorativi, per capire – ad esempio – quando dare un feedback a un collega, gestendo nel modo migliore l’eventuale presenza di altre persone o curando il contesto più adatto a trasmettere un certo tipo di messaggio. Agire d’impulso può rivelarsi, a posteriori, poco saggio e la comunicazione non fa eccezione.

La cosa che sto per dire sta a me dirla? Tutti noi abbiamo opinioni, convinzioni o consigli su come andrebbero fatte le cose, ma non è detto che un parere venga accettato sempre allo stesso modo, indipendentemente da chi lo esprime. L’opportunità di esprimere idee e concetti dipende molto dal ruolo che rivestiamo in un determinato contesto. Se non ne teniamo conto rischiamo di generare effetti controproducenti. Tolto l’esempio scontato del luogo di lavoro, in cui è evidente che fa molta differenza se a riprendere un collega che ha fatto qualcosa di sbagliato (e non risponde a me) sono io o il suo superiore, ci sono i casi della vita privata che a tutti noi sono capitati, prima o poi: uno per tutti, i figli degli altri. Alzi la mano chi non ha avuto mai la tentazione di sgridare un bambino non suo, pur in presenza dei genitori. Chi l’ha fatto sa bene che l’insegnamento non è stato probabilmente recepito dal bambino, senza contare che gli stessi genitori si possono essere sentiti scavalcati.

Provate per qualche giorno: scoprirete che, nella maggior parte dei casi, la risposta a queste 3 domande è quasi sempre no. Agite di conseguenza e scoprirete quanto è più efficace (e rilassante) non doversi pentire di qualcosa che abbiamo detto per i motivi sbagliati.

 

I contenuti di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons 3.0 (CC BY-NC-SA 3.0).

Tag:

3 Risposte a “Quando il silenzio è d’oro: parlare (e tacere) in pubblico”

  1. mario masiero scrive:

    Brava Giovanna!!
    interessantissimo post:molto vero, molto profondo,molto azzeccato.
    Tutte cose che, in qualche modo già sappiamo… anche le famigerate tre domande….ma quanti di noi hanno la lucidità, l’umiltà e il coraggio di farsele ed agire di conseguenza?
    Io per primo, NO.
    Da (domani) OGGI proverò a ricordarmene!

  2. Giovanna Tinunin scrive:

    grazie Mario! Il senso del post era proprio quello di far riflettere sul fatto che spesso andiamo alla ricerca affannata di “trucchi” che non servono a nulla, perché sono nel migliore dei casi distanti dal contesto in cui ci troviamo a comunicare, mentre basterebbe fermarsi un attimo e applicare il nostro buonsenso :)
    buona giornata!

  3. Jasmine scrive:

    Permite el envío de texto y otros elementos multimedia, ofrece acuse de lectura y también informa de la disponibilidad del receptor.

Lascia una risposta

Giovanna Tinunin

Giovanna Tinunin

Autore

Si occupa di storytelling, ascolto e conversazione all’interno delle organizzazioni e segue progetti sulla comunicazione interna ed esterna, in particolare quelli legati al marketing territoriale. Qui la troverete spesso. Se non vi basta, cercatela sul suo social network "preferito", Twitter, come @platipuszen

Archivio post

agosto: 2017
L M M G V S D
« set    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031