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16.07.2012

2012_06_27_Sciamano

A tu per tu col Villaggio: lo Sciamano

Quando spiego e racconto The Village, una delle domande che mi sento rivolgere più spesso è “Qual è la carta più importante del villaggio?” Questione interessante, anche se non centra il punto. Il Villaggio, per come è stato pensato, è la riproduzione metaforica di una comunità: forte delle propria capacità, esperienze e saperi, ma anche dei punti deboli (che, se presi in carico, sono l’unico modo che abbiamo per imparare qualcosa), contiene in sé tutte le diversità e la meravigliosa varietà dell’agire e del sentire umano. Se il fine di un team, di un gruppo o di una comunità è il bilanciamento è chiaro che non può esistere una figura che contenga in sé un insieme di competenze più utile o indispensabile di altre.

Se però immaginiamo che il nostro gruppo (di qualunque gruppo si tratti) voglia arrivare da qualche parte, è difficile non pensare che, in alcune situazioni, alcune Figure siano più imprescindibili di altre. È il caso dello Sciamano, il portatore di visione, colui che vede le cose prima che esistano.
E proprio dallo Sciamano abbiamo deciso di iniziare un viaggio di esplorazione e conoscenza delle Carte di The Village. A partire da oggi e per 15 settimane (tante quante sono le Carte) dedicheremo una settimana a una Figura del mazzo, mostrandone caratteristiche e potenzialità. Ne racconteremo, qui e sulla pagina Facebook di The Village, le sfaccettature diverse, attraverso esempi provenienti dal cinema, dalla musica, dalla letteratura, dall’arte e da altri campi. Siete tutti invitati a giocare con noi!

Chi è lo Sciamano?

Lo Sciamano, dicevamo. Questa Figura è associata alla visione sistemica, un misto di capacità di cogliere la complessità dell’insieme e di vedere oltre il reale e il presente. Vedere cosa? Banalmente, quello che non c’è: situazioni, rapporti, mondi.

Nelle società tradizionali, lo sciamano era colui o colei che fungeva da figura di collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti. La persona in grado di avere un quadro più ampio della singola comunità, di vedere oltre l’illusione delle cose materiali. Attraverso di lui (o di lei), la comunità riceveva un messaggio, un’indicazione di rotta su quali dovranno essere i suoi prossimi passi. Lo storico delle religioni Mircea Eliade descriveva lo sciamano come “l’uomo che cammina tra i mondi”, un essere in contatto con una visione di costante mutamento, di rivelazione di energie sottili che lo attirano verso la trasformazione della realtà presente, nella direzione di un tempo e di una forma che ancora non si è manifestata ma che risulta già completamente reale nella percezione interna dello sciamano.

Lo Sciamano è quindi un ponte fra dimensioni diverse e la sua sfida consiste nel riuscire a far intravvedere a chi gli sta attorno la sua visione, per indicare un cammino da seguire che sia percorribile e sostenibile.

La sua chiave esistenziale è il rapporto col tempo, perché lo Sciamano guarda sempre avanti, è velocemente proiettato verso il futuro. La gestione della contingenza presente rischia di annoiarlo perché lui immagina già quello che sarà domani laddove altri non vedono se non incertezza e paura di fallire. Ha fretta che la sua visione venga realizzata e vorrebbe che gli altri comprendessero in fretta i contorni e le potenzialità del suo progetto. Dalla “lentezza” che spesso legge attorno a sé nasce una forma di disillusione e di insofferenza. Lo Sciamano rischia di mancare il presente, di non godersi quello che ha, intrappolato com’è nella frenesia di inseguire quello che sarà.

Quando però trova un equilibrio, utilizza e vive intensamente l’emotività come strumento principale per creare un processo di risonanza che stimoli nei suoi compagni di viaggio la voglia di entrare in contatto con la visione e di impegnarsi per realizzarla. Diventa allora un vero e proprio motore del cambiamento, un fulcro contagioso di energie vitali. La sua dimensione naturale è il flusso e, come per nessun altro, nel suo caso vale la massima di Eraclito, secondo cui “l’unica costante è il mutamento”.

“Chi sogna può muovere le montagne”: lo Sciamano al cinema

Il cinema è pieno di figure sciamaniche. Una delle più affascinanti è senz’altro quella di Fitzcarraldo, protagonista dell’omonimo film diretto da Werner Herzog nel 1982. La pellicola racconta la storia di Brian Sweeny Fitzgerald, detto Fitzcarraldo (interpretato da un fantastico Klaus Kinski), che rincorre il sogno di costruire un grande Teatro dell’Opera a Iquitos, piccolo villaggio amazzonico, dove portare i grandi cantanti della lirica mondiale. Rincorrendo questa incredibile visione, viene convinto dalla moglie a investire nella raccolta del caucciù per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione del progetto. Ad un certo punto la sfida sembra impossibile: si tratterebbe di far risalire ad una nave le micidiali rapide del Pongo Das Mortes. L’unica alternativa sembra essere quella di portare l’imbarcazione oltre alla cima di una montagna, attraverso un altro percorso che potrebbe condurla vicino alla zona di raccolta. Fitzcarraldo è un film centrato sul tema del sogno e sulla relazione tra la visione e la realtà, sull’immensa fatica di credere nei propri sogni e farli diventare un sogno collettivo. Ciò che accade nella narrazione ha sempre a che fare con il sogno fondamentale dei personaggi del film: quando la nave riesce a superare incredibilmente la montagna, l’equipaggio abbandona quasi completamente Fitzcarraldo perché non crede più nel suo sogno. Incredibilmente però questo tratto del viaggio e del sogno viene ripreso e condiviso dai pericolosi indios Hivaros, che scambiano Fitzcarraldo per un dio e si convincono, seguendolo, di poter accedere al paradiso. Con questa convinzione guidano la nave verso una morte quasi certa e mitica attraverso delle rapide pericolosissime. Un miracolo mette in salvo Fitzcarraldo e quel che resta dell’imbarcazione. La battaglia è perduta ma la guerra del sogno sciamanico continua. Il progetto sembra fallito ma Fitzcarraldo riesce a rivendere la nave ottenendo un compenso molto alto proprio per aver innalzato “una nave oltre la montagna”. Soltanto uno sciamano potrebbe accettare a qualunque costo la sfida di far passare una nave attraverso una collina: “Chi sogna può muovere le montagne”.

Per il resto della settimana, torneremo su esempi di Sciamani storici, letterari, cinematografici.
Se ne avete voglia, potete raccontarci (qui e sulla pagina Facebook di The Village) i “vostri” Sciamani, siamo curiosi!

 

Leggi la II tappa del viaggioSpiazzare e tradire le aspettative: la spinta sciamanica di John Coltrane
Leggi la III tappa del viaggio: Indiana Jones e la forza del sogno
Leggi la IV tappa del viaggio: Ernesto Illy: l’imprenditore e la complessità

 

I contenuti di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons 3.0 (CC BY-NC-SA 3.0)

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2 Risposte a “A tu per tu col Villaggio: lo Sciamano”

  1. Andrea Marcuzzi scrive:

    Gentile Giovanna, vorrei portare il mio piccolo contributo nell’esposizione della figura dello Sciamano, le mie non sono parole di un competente ma escono dall’animo.
    Riprendo quello che hai scritto: “Lo Sciamano è il portatore di visione, colui che vede le cose prima che esistano….un ponte fra dimensioni diverse e la sua sfida consiste nel far intravedere a chi gli sta attorno la sua visione, per indicare un cammino da seguire che sia percorribile e sostenibile”.
    Molto spesso la sfida della condivisione della visione è una dura battaglia a volte mai intrapresa che porta lo Sciamano all’isolamento per scelta sua o della comunità di appartenenza, quindi il prezzo che deve pagare questa figura per vedere il futuro è l’infelicità di non poter vivere pienamente il presente che lo porta all’isolamento, alla solitudine molto spesso cercata anche quando la comunità riconosce il suo valore, perché lo Sciamano è perennemente proiettato avanti e quando si guarda attorno non vede nulla e nessuno anche se circondato da mille persone che lo acclamano.
    Martino di Tours per i primi quaranta anni della sua vita solitario ha maturato nel suo animo la sua visione condividendola ma i tempi non erano ancora favorevoli e non c’erano alleati ideali, in seguito, pur trovando nel vescovo Ilario di Poitiers il suo “incubatore” e sostenitore, continua la sua tendenza all’isolamento che si protrae persino quando acclamato dalla comunità vescovo viene incaricato della direzione della chiesa di Tours, ed è propenso alla solitudine anche quando col passare degli anni crea la prima confraternita monastica in occidente (proto monaco).
    Questo uomo, che dai posteri venne definito il tredicesimo apostolo, uno dei più grandi costruttori di pace che la storia abbia mai conosciuto, il primo monaco d’occidente, il primo Santo non martirizzato, enormemente venerato in vita e dopo la morte, in animo suo si è sempre sentito solo.
    Desidererei avere una tua opinione su questa mio modesto scritto. Grazie e spero a presto. Andrea

  2. […] Lo Sciamano Nella continua trasformazione della realtà vede il futuro. Propone cambiamenti. Teme la sfiducia.  […]

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Giovanna Tinunin

Giovanna Tinunin

Autore

Si occupa di storytelling, ascolto e conversazione all’interno delle organizzazioni e segue progetti sulla comunicazione interna ed esterna, in particolare quelli legati al marketing territoriale. Qui la troverete spesso. Se non vi basta, cercatela sul suo social network "preferito", Twitter, come @platipuszen

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