VAI AL SITO

08.12.2012

2012_12_8_counseling_sportivo

Counseling sportivo #2: l’atleta e l’ascolto

Ci eravamo lasciati alla fine del primo post di questa miniserie dedicata al counseling sportivo parlando di efficacia. Da lì ripartiamo per approfondire il tema del lavoro che il counselor sportivo può fare con il singolo atleta.

L’importanza dell’ascolto

Anche se il contesto è particolare e, all’apparenza, distante da quello che è il counseling come modello d’aiuto, anche in ambito sportivo è assolutamente centrale un sistema strutturato di ascolto.

La progettazione del sistema di ascolto aiuta a creare un vero e proprio servizio di helping rivolto al gruppo squadra, utile sia ai singoli giocatori che allo staff. In un processo di costante ricerca delle proprie potenzialità, di superamento dei propri limiti, di ricerca di complessi equilibri fra potenziale e prestazione, il counseling individuale è essenzialmente un momento di consulenza in cui la persona (atleta, ma anche staff member) viene aiutata a riflettere sulle proprie esperienze, sui processi interni e di trasformazione che sta vivendo, sull’andamento della prestazione in un arco di tempo ed, eventualmente, sul delicato rapporto fra vita privata e vita agonistica.

Il rapporto che si viene a creare fra chi fornisce aiuto (helper) e chi lo riceve (helpee) è tutto teso a far emergere le potenzialità della persona, a valorizzarne le risorse interne e a sostenerla nell’elaborazione di un percorso d’azione che traduca in pratica il suo potenziale di autorealizzazione.

Per un atleta, lo spazio di ascolto rappresenta un’importante occasione di autoanalisi della propria esperienza, oltre che un momento di riflessione. Ciò di cui ha bisogno è di non trattenere la propria esperienza ma di confrontarsi con essa. All’interno di un contenitore più ampio in cui per la maggior parte del tempo l’atleta è impegnato in un programma di allenamento atletico e tecnico, ci deve essere uno spazio in cui trovano possibilità di espressione anche la sua dimensione emotiva, soggettiva e la sua capacità di autoanalisi.

Un processo strutturato di ascolto, a prescindere da quelli che possono essere i risultati sportivi, consente di stabilire un forte e importante allineamento fra i singoli atleti che compongono una squadra, genera un clima di fiducia che consente al singolo giocatore di formulare (attraverso l’autoanalisi) obiettivi specifici di miglioramento della prestazione individuale, ma anche di aspetti legati alla crescita personale.

Perché è importante lavorare per obiettivi? Perché ci porta al problema vero dell’atleta, che è quello della performance. Rispetto all’ambito organizzativo puro, dove la performance è comunque centrale, in ambito sportivo tutto viene amplificato dal fattore “tempo”.

Pensiamo all’impatto che produce un’esperienza negativa vissuta da un atleta sul suo lavoro individuale o sulla performance della sua squadra. L’effetto è molto più macroscopico rispetto a quello che può generare quando parliamo di manager e di team aziendali. Questa differenza è molto legata ai tempi di reazione, che nello sport sono ancora più contratti che in quello aziendale. Se l’atleta è deconcentrato, preoccupato o spaventato dagli errori che potrebbe commettere, la sua incertezza si gioca (è proprio il caso di dirlo) in un arco di tempo davvero breve: nei pochi secondi che ha disposizione per un tiro sotto canestro, per scegliere se buttarsi a destra o a sinistra per parare un calcio di rigore, e gli esempi potrebbero continuare numerosi. (Lo stesso vale per un allenatore che si trovi a dover fare i conti con un pessimo inizio di stagione e ha fretta di riaggiustare il tiro.)

Per mantenere nel tempo una performance è indispensabile essere consapevoli del modo in cui un risultato è stato raggiunto. Questa consapevolezza può nascere solo dal fatto che gli obiettivi di miglioramento vengono esplicitati e condivisi fin dal principio dell’allenamento e dalla motivazione reale dell’atleta, che lo sostiene lungo il percorso di crescita. Quando è più coinvolto e consapevole dei propri obiettivi di miglioramento, infatti, l’atleta è più disponibile ad apprendere. Affina la propria capacità di autovalutazione della prestazione e anche gli sforzi di allenamento si fanno via via più mirati ed efficaci.

Mental training e peak experience

Gli atleti si allenano a lungo a livello tecnico e atletico, ma non sempre hanno uno specifico programma di allenamento mentale o mental training di preparazione alla performance. La preparazione mentale viene attuata utilizzando differenti tecniche e metodologie di lavoro: si tratta di tecniche tradizionali, come le visualizzazioni, il rilassamento, la meditazione e molte altre, che vanno calate di volta in volta nel contesto specifico. In ogni caso, l’obiettivo resta quello di valorizzare la percezione delle possibilità e delle potenzialità invece che dei limiti e dei filtri di autopercezione negativa che normalmente si frappongono fra il soggetto e l’esperienza che ha di sé.

La conoscenza di sé (acquisita durante il processo di autoanalisi e lavoro sugli obiettivi), unita alla capacità di rilassarsi e di focalizzarsi e all’autoconsapevolezza di quali siano le sue risorse personali, aiutano l’atleta a generare peak experience, esperienze di vetta. Solo così, per l’atleta, l’allenamento diventa in questo modo una ricerca interiore consapevole invece che la riproduzione di una serie di gesti e processi in cui si è allenato. La consapevolezza mentale di quali sono le proprie risorse interne, unita alla capacità di attingervi, è esattamente ciò che fa la differenza fra un atleta e l’altro.

Riassumendo:

1. In ambito sportivo (soprattutto quando si lavora con atleti inseriti in una squadra) è fondamentale che l’intervento di counseling poggi su un sistema strutturato di ascolto.

2. Il counselor sportivo aiuta l’atleta a esprimere la sua dimensione emotiva e soggettiva.

3. L’atleta si gioca tutto nell’arco di tempo brevissimo di una parata, un lancio, un’offensiva. Deve essere sempre pronto, perché un singolo errore produce un impatto altissimo, sulla sua performance o su quella della sua squadra.

4. Per potersi confrontare con la propria performance, l’atleta ha bisogno di coniugare un sistema di ascolto con un adeguato mental training.

 

Per finire…

Leggi la prima parte della miniserie di approfondimento sul Counseling sportivo.

Sei un atleta o segui una squadra sportiva e hai voglia di sperimentare il metodo del Counseling sportivo? Puoi fissare un appuntamento col nostro specialista di area Giovanni Tavaglione e parlarne con lui!

 

I contenuti di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons 3.0 (CC BY-NC-SA 3.0). L’immagine in evidenza è tratta dal libro Voci dal parquet. Counseling e mental training negli sport di squadra (Selekta editore, Udine, 2002).

Tag:

Una replica a “Counseling sportivo #2: l’atleta e l’ascolto”

  1. […] Leggi la prima parte della miniserie di approfondimento sul Counseling sportivo. […]

Lascia una risposta

DOF

DOF

Autore

L'account ufficiale della società, che fa le sue incursioni sul blog per informare sulle novità più rilevanti, gli appuntamenti da non perdere e le iniziative in partenza, ma anche per approfondire e raccontare strumenti e modelli DOF.

Archivio post

aprile: 2017
L M M G V S D
« set    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930